Risultati sconcertanti dall’analisi di Legambiente della nostra aria, chi ci salverà?

C’era da aspettarselo, ma la conferma ci lascia comunque sorpresi. Anche nel 2018, l’Italia è stato uno dei paesi più inquinati d’Europa. A dirlo non è GoVolt, ma il report annuale sulla qualità dell’aria pubblicato da Legambiente, dal nome piuttosto emblematico: Mal’aria 2019.

 

Nel 2018, 55 capoluoghi di provincia (su 110 totali) hanno superato i limiti giornalieri previsti per le polveri sottili (PM10) o per l’ozono. Ben 24 di questi hanno superato entrambi i limiti. I cittadini dei capoluoghi interessati, hanno respirato aria inquinata per un periodo equivalente a 4 mesi dell’anno. All’interno del dossier, Legambiente ha presentato una classifica delle città con i più alti livelli di inquinamento. Neanche a dirlo, la Pianura Padana è assoluta protagonista. Il triste primato di città italiana più inquinata del 2018 spetta a Brescia, dove si sono registrate 150 giornate fuorilegge. Seguono Lodi con 149 e Monza con 140. Per trovare una città fuori dalla pianura padana bisogna scendere fino al 14° posto, occupato da Frosinone con 116 giornate inquinate.[1] Le cause principali dietro agli alti livelli di inquinamento sono presto identificate: industrie, allevamenti intensivi, riscaldamento e traffico.

 

Quando si parla di inquinamento, ogni città ha i propri fattori trainanti. C’è chi risente della vicinanza con zone industriali, come Brescia, oppure chi deve fare i conti con la presenza di allevamenti intensivi, si veda i casi di gran parte delle città lombarde ed emiliane. C’è un fattore che però accomuna tutti i capoluoghi di provincia. Un fattore che conta per i 2/3 delle emissioni totali di particolato atmosferico. Stiamo parlando del traffico veicolare, anche detto trasporto su strada. Il fatto che il traffico rimanga, ancora oggi, la sorgente principale della mal’aria presente nelle nostre città, ci porta a pensare una sola cosa: le politiche ed i piani antismog adottati sino ad oggi dalle città italiane hanno fallito miseramente. Nel corso degli anni, le strategie adottate dalle amministrazioni provinciali e comunali sono state tutt’altro che strutturali. I vari e ripetuti blocchi del traffico hanno abbassato solo temporaneamente i livelli di inquinamento, che sono tornati illegali a distanza di pochi giorni dall’attuazione dei provvedimenti.

 

Non a caso, quegli stessi piani antismog sono stati ripetutamente bocciati dall’Unione Europea. Nel corso del 2018, i livelli di inquinamento delle nostre città sono stati talmente alti da meritarsi un deferimento ufficiale alla corte di giustizia, ricevuto il 17 maggio scorso. Le accuse principali mosse dall’UE al nostro paese riguardarono il livello di inquinamento atmosferico e l’omologazione delle autovetture. In quell’occasione, la commissaria per il Mercato interno e l’industria, Elzbieta Binkowska aveva dichiarato: “avremo successo nella lotta all’inquinamento atmosferico e urbano solo se il settore automobilistico farà la sua parte. I veicoli ad emissioni zero sono il futuro”.[2]

 

Partiamo allora da queste parole, per analizzare un dato piuttosto sconcertante che riguarda il nostro paese. In Italia, ci sono 65 auto ogni 100 abitanti. Un tasso di motorizzazione tra i più alti in Europa. Basti pensare che Barcellona si attesta sulle 41 unità, mentre Parigi e Londra si fermano a 36. E non è tutto. Mentre i tassi di motorizzazione continuano a diminuire nelle principali città europee, i capoluoghi lombardi registrano un incremento dello stesso tasso, passato da 62,4 a 63,3 nel corso degli ultimi anni.

 

Gli italiani difficilmente rinunciano all’auto di proprietà. Secondo i dati forniti da Legambiente, in Italia ci sono 38 milioni di autovetture private, utilizzate per il 65,3% degli spostamenti. Ma il dato forse più interessante è che il 75% degli spostamenti sono inferiori a dieci chilometri. Se volessimo andare ancora più nello specifico, il 25% degli sposamenti è inferiore ai 2 chilometri.[3] Il fatto che i cittadini italiani preferiscano utilizzare l’automobile anche per spostamenti brevi, ci mostra ancor di più la profondità di un problema strutturale.

 

Dal canto suo, Legambiente sottolinea la necessità di rendere il trasporto pubblico più attraente agli occhi del cittadino. In Italia, il trasporto pubblico locale sta infatti registrando un continuo calo della domanda rispetto agli anni precedenti. La mancanza di investimenti nel trasporto pubblico da parte delle autorità provinciali/comunali, ha fatto sì che lo stesso cittadino tornasse ad utilizzare il veicolo di proprietà ancor più di quanto non facesse 5 o 6 anni fa. Se poi consideriamo che il principale mezzo di trasporto collettivo in Italia è l’autobus – in totale controtendenza rispetto ad altri paesi europei dove metropolitane e tram fanno da padrone – il quadro sulla qualità della nostra aria diventa ancor più esplicativo.[4]

 

Come uscire da questa difficile situazione? La risposta di Legambiente contiene appena quattro lettere: PUMS (Piani Urbani della Mobilità Sostenibile). In poche parole, si tratta di strategie a lungo termine (10 anni) con obiettivi chiari in materia di mobilità urbana e sostenibilità ambientale. Ogni città ha il suo PUMS e lo elabora secondo le proprie esigenze. È bene sottolineare però che tutte le città sono tenute ad elaborarne uno, almeno secondo quanto previsto dal Decreto del 4 agosto 2017 pubblicato dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. I PUMS dovranno essere approvati entro il 5 ottobre 2019.

 

In contrapposizione all’auto di proprietà, molti dei PUMS già elaborati (si vede quello di Milano) propongono una mobilità intermodale, dove il cittadino sia messo nella condizione di raggiungere le proprie destinazioni utilizzando mezzi di trasporto sempre differenti e senza inquinare. In questo contesto deve allora inserirsi la collaborazione tra trasporto pubblico e sharing mobility, come sottolineato più volte da Legambiente; non a caso la mobilità condivisa viene indicata come uno dei sette pilastri su cui focalizzare le strategie dei PUMS.[5] La decisione come sempre spetta alle istituzioni e ad ogni cittadino invece tocca la scelta doverosa di ridurre il proprio impatto ambientale con ogni spostamento compiuto.

[1] Mal’aria 2019, p.4

[2] European Commission, Press Release 17/05/2018

[3] Mal’aria 2019, p. 6

[4] Mal’aria 2019, p. 22

[5] Mal’aria 2019, p. 25

Credit foto: DAILYNEWS 24

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